Giugno 1630.
L’odore della morte si era fatto più aspro con i primi caldi.
Stava scendendo il buio per le strade di Milano devastate dalla pestilenza.

L’uomo alto e robusto procedeva furtivo. Il sentore dei cadaveri non gli dava fastidio. Faceva il monatto, di quelli che caricavano i morti sulle carrette e li portavano via, anche se a vederlo sarebbe sembrato di più un sicario al servizio di qualche signorotto, come in effetti un tempo era stato.

Svoltò sotto il portico ed entrò nella prima casa deserta dell’infilata: poteva esserci qualche cosa da portare via. Estrasse in fretta il sacco di tela da sotto la mantella e allungò la mano verso il vassoio d’argento.

La voce femminile lo fece trasalire.
“Rubi ai morti, Camillo?”
Lui levò la daga dalla cintura e la brandi, cercando di tener salda la voce.
“Ferma dove sei, chiunque tu sia, donna o apparizione! Come conosci il mio nome?”

Ora distingueva meglio la ragazza. Era ben vestita, con un corto mantello a cappuccio che le ombreggiava il volto. Vide che sollevava la mano guantata a scoprirsi la testa e tremò: avrebbe veduto un teschio o qualche altro orrore?
La donna abbassò il cappuccio e scoprì il viso.

“Sono io, la figlia della signora di Monza”.